giovedì 26 maggio 2022

La terza dose previene al 66,7% l’infezione

Continuano gli studi internazionali sull’efficacia del vaccino. Ieri abbiamo citato uno studio USA sull’efficacia dei vaccini Pfizer e Moderna ed Omicron,  oggi rendiamo noti i dati del Report esteso dell’Istituto superiore di sanità sull’andamento dell’epidemia di Covid-19 in Italia

L’efficacia del vaccino per il Covid-19 nel prevenire l’infezione da Sars- Cov-2 si riduce nel tempo in tutte le fasce di età. Con la terza dose definita booster la protezione si attesta al 66,7%, mentre dopo 4 mesi dal completamento del ciclo vaccinale (seconda dose o vaccino J&J) si arriva al 34,7%. Un piccolo decremento  si registra anche nella protezione dalla malattia grave passando dal 97,5% di chi ha fatto già il richiamo all’89% dopo 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale. E’ uno dei dati che emerge dal Report esteso dell’Istituto superiore di sanità sull’andamento dell’epidemia di Covid-19 in Italia.

Nel Report ISS si legge: “L’efficacia del vaccino, come riduzione percentuale del rischio (rispetto ai non vaccinati), nel prevenire la diagnosi di infezione da Sars-Cov-2, è pari al 66% entro 90 giorni dal completamento del ciclo vaccinale, 53% tra i 91 e 120 giorni, e 34,7% oltre 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale. Ed è pari al 66,7% nei soggetti vaccinati con dose aggiuntiva/booster. Per quanto riguarda la prevenzione della malattia severa la percentuale è pari a 95% nei vaccinati con ciclo completo da meno di 90 giorni, 93% nei vaccinati con ciclo completo da 91 e 120 giorni, e 89% nei vaccinati che hanno completato il ciclo vaccinale da oltre 120 giorni. E’ invece pari al 97,5% nei soggetti vaccinati con dose aggiuntiva/booster”. 

Intanto Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto Spallanzani di Roma, traccia l’identikit della persona colpita da Omicron: “Ha una patologia media che non arriva alla gravità, con una durata dai 5 ai 7 giorni. E quando ha necessità – perché molto anziano o con altre patologie – può essere curato in ambulatorio e fare, se serve, la terapia con gli anticorpi monoclonali”.