giovedì 26 maggio 2022

Mascherina a lavoro: pareri discordanti

La Mascherina al lavoro è ancora obbligatoria nel privato fino al 30 giugno e nel pubblico risulta essere raccomandata. Esperti hanno pareri discordanti

Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano afferma: “ Il rischio del virus c’è o non c’è a prescindere che una persona lavori a uno sportello pubblico o in un ufficio privato. Come sempre siamo di fronte a scelte di tipo politico-sindacale e non di natura scientifica. Evidentemente  la burocrazia, contratti di lavoro, impediscono di accettare comunque una misura trasversale come la caduta dell’obbligo del dispositivo di protezione”.

Antonella Viola, immunologa dell’università di Padova e direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca pediatrica Città della Speranza afferma: “Usiamola anche dove non è obbligatoria, per noi stessi e per gli altri. Penso per esempio ai negozi e ai supermercati. Noi ci stiamo dentro al massimo una mezz’ora e quindi la mascherina non è per noi un sacrificio, ma cassieri e commessi ci passano la giornata, a contatto con centinaia di clienti – sottolinea – e tutti noi possiamo aiutarli e farli sentire più sicuri sul loro luogo di lavoro. Basta poco”.

L’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, docente di igiene all’Università del Salento risponde: “Credo che il razionale sia abbastanza chiaro: il mancato utilizzo di mascherina al chiuso in questo momento aumenta il rischio di diffusione virale e quindi di lavoratori che, a causa della positività, sono costretti a casa per giorni, se non settimane. Evidentemente il settore privato è più attento del pubblico sul tema della produttività”.

Massimo Andreoni, primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) afferma: “Le differenze nell’uso delle mascherine sui luoghi di lavoro al chiuso nel pubblico e nel privato sono incomprensibili perché non è che nel primo non c’è il rischio di contagiarsi e nel secondo sì. A preoccupare  è “la confusione che si genera negli italiani con questi messaggi, così hanno la sensazione che il dispositivo non serva più”.